Le rette parallele

Da qualche tempo, la gentile signorina che mi corregge virgole, verbi, sintassi e costruzione grammaticale dei miei scritti, mi avverte con insistenza di fare più attenzione a nominare, catalogare e apostrofare certi personaggi perché, dice lei, non si sa mai. Visto poi anche la mia propensione a farmi bannare dai soliti fascistelli imitatori di Gassman, mi consiglia quindi di evitare certi argomenti e certe persone.

Ho pensato, questa volta, di seguire il suo consiglio e di non prendermela e menzionare nessuno.

Ormai è assodato che viviamo divisi in due rette parallele. Due rette in cui, almeno mentalmente, la gente vive due realtà completamente differenti. Andiamo con ordine.

La settimana scorsa ha definitivamente sancito la fine del 1° Maggio come Festa dei Lavoratori.

La festa dei lavoratori, è bene ricordarlo, ha origini e radici antiche. Nasce, in breve, dalla conquista delle otto ore lavorative, con le lotte dei lavoratori dello stato dell’Illinois. Le vicende che si susseguirono culminarono a Chicago il 4 maggio del 1886 quando, durante le proteste, una bomba provocò la morte di sei poliziotti e il ferimento di una cinquantina di loro. La polizia, a quel punto, sparò sulla folla e nessuno seppe mai il vero numero delle vittime di quella sanguinosa repressione e neanche di chi fu la mano che lanciò la bomba. Negli anni a venire, si susseguirono manifestazioni e proteste in tutto il mondo e, al Congresso Internazionale di Parigi del 1889, che diede via alla Seconda Internazionale, il 1° Maggio fu ufficialmente dichiarato come Festa Internazionale dei Lavoratori e venne adottato in quasi tutto il mondo.

Una festa quindi molto importante, conquistata con il sangue di molte persone e con il sacrificio di moltissimi lavoratori che, con le loro lotte, riuscirono per la prima volta a impossessarsi di un diritto: il diritto di lavorare otto ore al giorno. Sembrano tempi lontanissimi.

Oggi, il lavoro non c’è più. Molti di noi hanno dovuto stravolgere interamente la loro vita. I più fortunati hanno dovuto inventarsi un nuovo lavoro, magari più umile, diverso, magari più pesante. Coloro che non sono riusciti a reinserirsi, e che non ci riusciranno più, sono destinati ad un’esistenza di miseria e di mancanza di dignità. Non sono un cattolico ma ho trovato queste parole di Papa Francesco, il sunto migliore di questa situazione:

“Non devono esserci poveri e non c’è peggiore povertà di quella che non ci permette di guadagnarci il pane, che ci priva della dignità del lavoro”.

Negli ultimi anni, e soprattutto negli ultimi mesi, siamo riusciti a cancellare definitivamente sia le radici di quella che era una festa per tutti i lavoratori e, nello stesso tempo, a cancellare il lavoro. Tempo fa, nell’androne delle scale di casa mia, un signore anziano era chino sulle mattonelle dell’atrio e con uno straccio puliva i battiscopa minuziosamente. Mi ha fatto molta pena e mi sono fermato a parlare con lui del lavoro, della vita, del futuro. A un certo punto mi ha detto: Lo so che non è un bel lavoro il mio ma è un lavoro e mi permette di mangiare.

Una frase piena di verità e drammatica allo stesso tempo. Una frase che il Covid-19 ha enfatizzato e ridimensionato drasticamente. Una frase annientata da tutte le decisioni prese in questi ultimi mesi dalla nostra classe politica. Decisioni che hanno definitivamente messo il nostro paese su due rette parallele. Le rette che, nella fisica, non hanno punti in comune.

A questo, va anche aggiunta la definitiva separazione del popolo che ha sempre creduto a tutte le informazioni che sono state vomitate nelle nostre case dalle TV, dai Giornali e da decine di inutili personaggi, da quella parte di popolo che ha sempre storto il naso, ha sempre cercato di andare oltre quelle informazioni e non ha mai creduto alla gestione e all’allarmismo che ha creato non solo il terrore dal quale uscire sarà difficile, ma anche a tutta la letteratura mainstream che ha accompagnato questa vicenda. Chi segue i miei scritti sa che da tempo dico che: “non prevedo un gran bel finale di tutta questa vicenda”. Ora che la separazione è stata completata, lo penso con sicurezza. Chi ha gestito tutta questa vicenda, a cominciare da Conte che tutti vi siete già dimenticati, ha delle colpe profonde che peseranno per generazioni.

Siamo un popolo ormai che viaggia su due rette parallele. Chi è rimasto senza lavoro condurrà una vita di sussidi e aiuti, e i pochi fortunati che a fatica ritroveranno un posto non avranno più quella dignità, quel sorriso di un tempo. Chi invece il lavoro lo ha sempre avuto, e molti che lo comandano, saranno i privilegiati nel futuro prossimo che potranno gestire, decidere e scegliere come vivere.

In Italia (Rapporto OXFAM 2019) il 20% più ricco dei nostri connazionali possiede il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Lo stesso rapporto evidenzia, inoltre, “un sistema fiscale che finisce col pesare di più sulle categorie più povere della società tassando i redditi da lavoro e consumo. Le imposte sul patrimonio, come quelle immobiliari, fondiarie o di successione hanno subito, infatti, una riduzione - o sono state eliminato del tutto - in molti paesi ricchi e vengono a malapena rese operanti nei paesi in via di sviluppo. L'imposizione fiscale a carico dei percettori di redditi più elevati e delle grandi imprese si è significativamente ridotta negli ultimi decenni”.

Chi ha sempre creduto a questa scellerata narrazione della pandemia, resterà così aggrappato alle sue convinzioni da scivolare nel labirinto della sua esistenza, trascinandosi dietro terrore e paura, notti insonni e nessuna speranza di un futuro. Chi invece ha sempre combattuto questo modo di violentare la nostra gente, con comunicati, numeri e facce di disperazione, aiutato da molte categorie oltre ai politici, come dottori compiacenti, virologi insensati, giornali e tv malleabili, resteranno aggrappati alla speranza che la verità di tutta questa vicenda venga prima o poi alla luce, trascinandosi dietro attori e personaggi, che su questa narrazione hanno speculato, fatto soldi, dominato sulle menti dei più deboli e si sono mossi per i propri interessi personali, dimenticandosi di noi tutti, del popolo, del paese.

Il 1° Maggio si è definitivamente compiuta l’opera di separazione e, di qui ai prossimi decenni, le due rette viaggeranno parallele, senza più incontrarsi, gli uni nella loro disperazione che poco a poco diventerà rassegnazione, gli altri nella loro lotta e ricerca della verità, che a poco a poco si trasformerà in rabbia. Ci hanno diviso e, quel che è peggio, è che noi li abbiamo lasciati fare, scivolando nell’oblio del passato.

“Gli affamati ed i disoccupati sono il materiale con il quale si edificano le dittature.”

Così, molti anni fa, in un suo discorso di fine anno, Sandro Pertini, forse davvero l’unico Presidente che sia mai stato così vicino al popolo, ammoniva il Paese sui rischi della disoccupazione e della staticità mentale. Sui rischi della non ricerca della verità, dell’accettare con il capo chino tutto quello che arriva dall’alto. I rischi di essere non un popolo unito che sa pensare, parlare, discutere e intervenire quando ritiene che una “legge” diventi un’imposizione.

Ammoniva, già allora, sul rischio di separare e dividere il paese in due rette parallele, che non hanno punti in comune e che, secondo Euclide, si incontrano solo all’infinito.

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