La guerra tra poveri

Ho pensato che, per una volta, si poteva stare senza scrivere niente. In fondo, come diceva Oscar Wilde: “Amo molto parlare di niente. È l’unico argomento di cui so tutto”.

In un paese, e in un momento, in cui tutti parlano di tutto senza sapere di niente, ho pensato che sarebbe stato meglio non scrivere niente.

Il niente ci calza a pennello. Ostentiamo grandi parole, grandi gesti, ma alla fine non succede niente. In un momento di così tanta confusione totale, e tanta certezza generale, il niente assume un valore così universale da sovrastare il tutto.

In questa vita che non ci appartiene e che ci è cambiata in un attimo, siamo ormai propensi a propagandare la nostra verità, a diffondere la nostra ragione che non vogliamo avere altre verità e non vogliamo sentire altra ragione. Siamo così sicuri delle nostre affermazioni che non sentiamo neppure gli altri parlare. Abbiamo una tale fiducia in quello che profetizziamo che qualunque altra illuminazione cade nel buio più assoluto. Insomma, siamo il niente in un niente così profondo da oscurare il tutto che è intorno a noi.

In fondo, però, niente è sempre meglio che il nulla assoluto.

Esauriti gli inni nazionali dai balconi, i cestini con “chi ha bisogno prenda, chi può metta”, siamo passati direttamente alla delazione, alla rabbia contro noi stessi, all’assoluto contro il nulla.

Io sono meglio, tu sei peggio. Non importa chi sia l’altro “tu”. In ogni caso, se non la pensa come me, se non fa quello che faccio io, allora è peggiore di me. In una gara a specchio, ci infanghiamo gli uni con gli altri, avvitandoci in una spirale senza fine che niente produce.

Siamo alle scelte non scelte, alle frasi senza complemento oggetto.

Per dirla in breve, e nella confusione della nostra miserrima condizione, siamo alla guerra tra poveri.

Ci scagliamo gli uni contro gli altri per niente. Chi pensa che moriremo tutti per questo stupido microorganismo invisibile che nessuno ha esattamente ancora capito cos’è, crede che tutti gli altri siano da cancellare dalla faccia della terra. Chi crede che sopravvivremo, che questo virus - di cui nessuno ha ancora capito niente - non sia così mortale, crede che gli altri, quelli di prima, siano i nemici da debellare. Chi ha paura invidia chi non ha paura e, per questo, vorrebbe scatenargli contro la rabbia di una vita. Viceversa, chi non ha paura vorrebbe debellare per sempre chi ne ha, poiché lo ritiene responsabile di tutto quello che sta accadendo.

Una guerra tra poveri che non produce niente. Anzi, per la verità, qualcosa produce: l’annientamento totale dell’io come pensiero e lo sgretolamento della memoria e del senso della nostra permanenza su questo pianeta. Perché, a vederla dal di fuori, questa guerra fratricida è ben ridicola e mortale allo stesso tempo. Ridicola perché è incredibile come degli esseri che calpestano la stessa terra, vivono delle stesse cose, hanno gli stessi mali e sono tutti uguali, pretendano di stare meglio degli altri loro stessi esseri, di essere migliori, di non avere nessuno dei mali che hanno tutti gli altri e di ritenersi superiori. Mortale, perché questo accanimento sulla nostra stessa razza, sui nostri stessi amici o vicini, sugli stessi esseri che sono gli stessi nostri esseri, ci allontana sempre più da un’idea di vita e ci confina violentemente nel niente assoluto.

Se togliamo il pensiero, togliamo i sogni, se togliamo i sogni, togliamo la voglia di futuro, se togliamo il futuro, non ci resta… niente.

SI dice che “Ci sono battaglie che non si dovrebbero combattere, se sai di non poter vincere”. Questa è una di quelle perché, combattendo gli uni contro gli altri, in fondo tutti per la stessa voglia di futuro, questa guerra la possiamo solo perdere.

Ci sono battaglie che si vincono solo se si è uniti, se si combatte insieme gli uni con gli altri.

Questa è una di quelle battaglie.

Se ci chiudiamo in questo sentimento di misantropia ci estingueremo. Se invece accetteremo che alla base del camminare insieme sulla stessa terra c’è la libertà di ognuno di noi di pensare, di scegliere e di sognare, allora ne usciremo vincitori.

Non ci sono persone migliori perché si vaccinano e persone peggiori perché non lo fanno. Non ci sono persone migliori che scelgono di non vaccinarsi e persone peggiori che invece si vaccinano.

Questo è solo quello che vorrebbero farci credere. In realtà, ci sono solo libere scelte e modi diversi di affrontare un nemico. Un nemico che, forse, non è così grande come ce lo ha descritto chi vuole che noi si faccia questa guerra. Un nemico che, forse, non è così potente come ce lo ha disegnato chi vuole che noi si combatta questa guerra. Un nemico che non è così subdolo come ce lo raccontano e che, forse, si può combattere con armi che abbiamo, con armi e modi che non ci mettano gli uni contro gli altri. Perché se ci fermiamo a pensare, anche solo per un attimo, che tutti insieme siamo arrivati sin qua, con le nostre differenze millenarie, allora forse riusciremo a capire che tutti insieme potremo andare un po’ più in là. Con l’aiuto di tutti, con le vite di tutti, con le differenze di tutti, i sogni, i pensieri, la memoria e il passato che ognuno di noi si porta dietro da sempre.

Allora davvero non butteremmo via il tempo che abbiamo a disposizione per non avere niente nelle mani. Non sprecheremmo le nostre giornate a disquisire su cose di cui non sappiamo niente ma ci riprenderemmo il nostro tempo, le nostre vite, le nostre paure, le nostre incertezze, le nostre debolezze, i nostri sogni, i nostri desideri. Non combatteremmo questa guerra tra poveri.

Gli esseri umani, diceva Sagan, “sono come farfalle che battono le ali per un giorno, pensando che sia l’eternità”.

Abbiamo quindi un giorno solo e lo stiamo sprecando a farci la guerra tra di noi.

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