La giusta distanza

Qualche anno fa ho visto un film italiano molto bello: “La giusta distanza”. Racconta la storia di un giornalista, in un paesino di provincia, che instrada sulla via della scrittura un giovane ragazzo. L’insegnamento però non comprende come scrivere le parole, come comporle in pensieri, come presentarle grammaticalmente corrette. Parte da un presupposto fondamentale: davanti a qualunque fatto, sia esso bello o brutto, cruento, ingiusto o meraviglioso, qualunque sia il tuo coinvolgimento personale, il tuo dovere, il dovere di un giornalista nel riportarlo è mantenere sempre la giusta distanza. Il ragazzo si trova così a raccontare un fatto di cronaca nera nel quale, per diversi motivi, è coinvolto. Dovrà quindi riportare il fatto e rendere giustizia a chi è stato ingiustamente accusato, dimenticando i suoi sentimenti, i suoi pregiudizi e le sue intuizioni, e mantenendo “la giusta distanza” verso tutti gli attori del fatto.

La settimana che si è chiusa ha sancito i primi 43 giorni del governo Draghi. Come da copione, non è cambiato nulla. “Super Mario”, grande salvatore arrivato in pompa magna per riportarci sulla retta via, far ripartire il paese, riaprire tutto e farsi dare dall’Europa i soldi che ci servono per attuare tutto questo, presentando a garanzia il suo nome e la sua storia, è fermo al palo. Anche lui, appena arrivato si è lasciato prendere dall’enfasi del nuovo incarico, dalla sua personale voglia di rimettersi in gioco, e ha iniziato con un proclama che sapeva più di propaganda. Proclama che ovviamente si è disintegrato dopo pochi giorni. Ricordate il perentorio “Andremo a scuola sino a fine Luglio”? Tutto dimenticato.

Poco tempo dopo, a proposito della situazione lavorativa del paese e del sempre crescente numero di poveri che si accatastavano in maniera preoccupante lungo i confini delle nostre regioni, Draghi affermava che avrebbe varato un piano per rilanciare il paese e aiutare le categorie che avevano sofferto di più a rialzarsi, riprendersi e rimettersi in gioco. Anzi, in conferenza stampa, lo stesso Draghi dichiarava trionfante che il suo sarebbe stato un “decreto in risposta alle povertà”, “il massimo che si è potuto fare”. A detta degli esperti, se questo era il massimo siamo praticamente rovinati. I poveri non solo continueranno ad essere poveri ma lo diventeranno sempre più e chi era sull’orlo dell’abisso potrà tranquillamente cominciare a discenderlo. Il decreto “Sostegni” (Ristori ormai era obsoleto e latore di cattive speranze), è stato definito: una miseria. Bene, nel frattempo il governo ha intrapreso la straordinaria, sicura e redditizia (per i consensi ovviamente) macchina della rottamazione. Cartelle esattoriali, condoni etc. Ennesima riprova che in questo paese essere onesti equivale ad essere pirla.

La sua amica Merkel, nel frattempo, dopo averlo messo gentilmente alla porta e lasciato che si rifugiasse a consolarsi dal suo amico Macron, scivola su un annuncio: “Siamo di fronte a un nuovo durissimo lockdown!” A Berlino, i cittadini scendono in piazza e riducono la città ad un ammasso di detriti e auto in fiamme. La Merkel, invece di rifugiarsi da Macron, si ripresenta al popolo e chiede scusa: “Ho fatto un errore” e del lockdown non se ne parla più.

Intanto, la Corte Suprema Tedesca mette uno stop al Recovery fund non ratificandolo. Voi direte: e a noi? Beh, a noi un po’ importa, perché La Commissione europea può iniziare a sbloccare i fondi del Recovery solo dopo che tutti i 27 Paesi dell’Ue avranno ratificato la decisione. Motivo? Perché la Commissione pensa che alcuni stati (indovinate quali…), non potranno ripagare la loro quota di debito, che inevitabilmente ricadrà sulle casse tedesche e quindi… niente fondi. Viene facile la domanda: ma Super Mario non è stato messo lì proprio a garanzia del nostro paese nei confronti del prestito che dovremmo avere? I soldi del prestito all’Italia saranno più o meno 191 miliardi di euro… lo so, una cifra enorme che una persona normale, conoscendo il paese e presumendo dove finirà gran parte di quei soldi, probabilmente direbbe grazie anche no. Una persona normale sa che non li potremo mai restituire e che i figli dei figli dei nostri figli e i loro nipoti faranno durissimi sacrifici per tutta la loro vita. Ma in fondo, a noi che viviamo nel presente, che ci frega? Una parte di questi soldi attorno al 13% dovrebbero arrivare solo a fine di questa estate il che, conoscendo tempi, burocrazia, amici degli amici, dire – fare – baciare – lettera e testamento, equivale a dire che slitteranno forse a fine anno. Tutti gli altri spalmati sino al 2026 che, per le motivazioni sopra citate, per noi vorrà dire più o meno da qui al 2030. Sicuramente per quella data avremo già cambiato governo e ministri almeno altre tre volte.

Mentre il nostro paese continua ad affondare senza un piano futuro, senza un’idea e, oserei dire, senza un senso logico, in modo abbastanza creativo vengono messi a capo di fantomatiche divisioni, di cui scopriamo di volta in volta la missione, personaggi che partono alla grande ma poi si siedono e tirano a campare, tanto noi, l’Italico popolo, dimentica in fretta e giacché a grande maggioranza è anche un po’ stupido, non si accorge di niente.

Prendiamo ad esempio il Generale Figliuolo. Non discuto sulla sua nomina, ci sarebbe da scrivere un libro, ma ricordo che salì in carica con piglio baldanzoso sparando anche lui, come usuale consuetudine dei nostri componenti di governo, due balle clamorose. La prima delle due: Vaccineremo casa per casa! La seconda: Vaccineremo la gente per strada. Qualcuno deve aver ricordato al prestante generale che non siamo sotto dittatura militare, che la guerra è finita da un pezzo e che lui non è George Smith Patton e l’Italia non è la Settima Armata. Qualcuno più tradizionalista, poi, gli ha anche suggerito di rileggersi qualche articolo della Costituzione, fare un bel ripasso di storia, ricordarsi di come finì il tentativo da parte di suoi consimili, il funesto Golpe Borghese, e insomma piano piano il generale si è ridotto a misero maresciallo portaordini e, per farsi notare in qualche modo e avallare la sua piena dedizione alla missione che gli era stata affidata, si è fatto fotografare tronfio e mascherato su una sedia d'ospedale mentre si faceva inoculare chissà quale intruglio nel suo rispettabile fisico.

Non contento, e bisognoso di riemergere, intervistato a proposito della situazione vaccini pochi giorni fa, dichiara al Corriere della Sera: “Alcune regioni mi preoccupano e la Calabria è tra queste”. Peccato che, visitando la Calabria qualche giorno dopo, alle Autorità presenti dichiara: “La Calabria sta facendo bene e migliorerà in futuro”. Insomma l’ennesima esternazione di un personaggio che è riuscito ad evaporare in un tempo record. Intanto i vaccini sono al palo, le dosi da iniettare non ci sono e le seconde dosi sono probabilmente una boutade messa in giro ad arte da manipoli di “negazionisti della resistenza al cambiamento (NRC)” per inficiare la grande campagna vaccinale messa in atto. In fondo, a pensarci bene, a che serve la seconda dose? A tale proposito vorrei ricordare a tutti che solo due mesi fa eravamo preda di tale Arcuri e dei suoi Gazebo nominati Le Primule. Stupefacente idea grafica partorita dal sagace Architetto Boeri che è finita nel cestino dell’immondizia senza che nessuno ne sentisse più la necessità.

Marta Cartabia, attuale Ministro della Giustizia, ha deciso, assieme al suo Presidente del Consiglio, che era giunto il momento di obbligare il personale sanitario a vaccinarsi. Il perché ovviamente non ha importanza e non ha basi scientifiche, ma siccome in qualche modo dobbiamo portare a termine la missione che ci è stata affidata, la Cartabia passa le sue giornate e serate chiusa in un loculo segreto, con mascherina e cibo che gli viene lasciato fuori dalla porta, a scrivere un Decreto Legge che obblighi tutto il personale sanitario a vaccinarsi. Nel frattempo i decessi seguiti al vaccino continuano ma nessuno se ne cura perché in guerra quelli si chiamano “danni collaterali”. Anche qui, vista l'italica mania di perseverare in burocrazia, ricorsi etc. etc. probabilmente tutto il personale sanitario verrà "volontariamente" vaccinato entro il 2030.

Vale la pena ricordare che questo zelante Ministro Cartabia, solo tre anni fa, faceva la Giudice Costituzionale (fate bene attenzione al termine) e in una sentenza della Corte Costituzionale appunto, lei scriveva: Il diritto alla salute, anche nel suo contenuto di libertà di cura, va bilanciato con il coesistente e reciproco diritto degli altri e con l’interesse della collettività. La cosa vi sembrerà abbastanza inutile ma la vera sostanza di quella sentenza è che raggira l’Art. 32 della nostra Costituzione che recita: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La Legge, non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. A pensarci bene, chi se ne frega della Costituzione.

Vorrei che ora torniate all’incipit di questo Articolo.

La mia generazione è stata abituata, in tutto per tutto e con tutti, a regole che ancora oggi ritengo sacrosante. Faccio un esempio: con le ragazze si doveva uscire almeno tre volte. Ovviamente senza mai accennare neanche un semplice bacio, ma sottintendendo con sguardi e gesti tipici del corteggiamento che eravamo interessati a loro. Se la ragazza accettava tutte e tre le volte senza rifiutare o inventare una scusa banale, allora voleva dire che anche lei era interessata a te e, da qui in avanti, ci si poteva abbracciare e baciare. Era un modo di relazionarsi con discrezione, con rispetto e con la paura di essere rifiutati. Era la giusta distanza.

Quando leggevamo le notizie sui giornali o ascoltavamo i Telegiornali, si discuteva in famiglia o con gli amici, disquisendo su cosa ci sembrava giusto o sbagliato, cercando di approfondire e andare oltre la notizia sparata a gran voce. C’era insomma, anche nel commentare le cose, una giusta distanza. Ora tutti noi abbiamo perso questa magia, questa emozione della scoperta, del corteggiamento. Abbiamo perso il modo di parlare con attenzione, di ascoltare quello che l’altro ha da dire, di rispettare le opinioni e di saper ricevere un “no” perché, nella vita, sono più i no che i sì. Abbiamo smesso di informarci, di essere curiosi, di contestare e di crescere tutti insieme. Abbiamo incominciato ad urlare, a sbraitare le nostre ragioni, e chi urla più forte vince. Leggiamo i titoloni, ascoltiamo la notizia principale ma non ci informiamo, non ci chiediamo perché, non facciamo passi indietro e se sbagliamo non chiediamo scusa. In ragione di quello che vogliamo o crediamo di essere, calpestiamo tutto e tutti e siamo pronti a seguire un “maresciallo” qualunque che trascina dietro di sé il suo esercito sgangherato, con il solo intento di portare a termine la missione. Non siamo gentili, non abbiamo una parola di conforto per nessuno, neanche per i nostri cari. Nello sport, nelle cose della vita di tutti i giorni, troviamo solo termini come: fenomeno, strabiliante, irripetibile, sensazionale. Abbiamo perso il senso e il significato delle parole, della nostra stessa lingua e della nostra vita. Ci importa solo di seguire un “Super Mario” qualunque che alla fine del gioco ci faccia vincere. Così anche i nostri politici, che hanno smesso di pensare al popolo, si sono adeguati e visto che tutti noi, cioè il popolo, siamo tranquillamente inclini a subire tutto senza alzare mai la testa dalla mangiatoia, urlano, sbraitano, si dimenano, sparano castronerie e promesse inattuabili che smentiscono dopo poco. Si dicono a favore di una cosa salvo poi dire che non era vero, che non l'hanno mai detto. Si sono, e ci siamo, allontanati tutti da quella che viene definita la vita di una comunità dove tutti concorrono a costruire, innovare, scoprire e migliorare la vita di tutta l’umanità.

Siamo stati obbligati alla “distanza”, ma abbiamo scordato “la giusta distanza”.

Commenti

Post popolari in questo blog

La Sindrome di Stoccolma

Tutti morimmo a stento

L'Italia non c'è più