Figli di un Dio minore

Nel fine settimana che si è appena concluso, mi chiama un’amica che ha passato metà della sua vita in Russia. Mi racconta che ha sentito un suo conoscente di San Pietroburgo che le ha raccontato di come, in tutta la Russia, la vita sia ripresa normalmente. Teatri, cinema, negozi, aziende... insomma, tutto aperto. Gente in strada, niente mascherine e liberi di muoversi e di trovarsi o ritrovarsi. Verso la fine della telefonata, mi chiede perché. Perché noi siamo ancora a un anno fa. Perché non riusciamo a comprendere che è tutta una truffa, che si poteva curare gran parte delle persone, che abbiamo commesso errori madornali e che, ora, non sappiamo più come venirne fuori. Perché noi, le ho risposto, qualunque cosa si faccia, resteremo sempre figli di un Dio minore.

Nel mondo che verrà e di cui non farò più parte, ci sono cambiamenti strutturali, culturali e sociali che, a ben vedere, non promettono nulla di buono. Nel 1968 Philip K. Dick's scrisse un libro che, quattordici anni dopo, Hampton Fancher e David Peoples restituirono alla gente come uno dei più grandi capolavori della cinematografia di tutti I tempi, magistralmente diretto da Ridley Scott: Blade Runner. Nel mondo descritto da Philip K. Dick, e nel quale a passi sempre più veloci ci stiamo avvicinando, il finale rivisitato e corretto da Fancher e Peoples per il cinema pone la domanda delle domande: Chi siamo, da dove veniamo e quanto tempo ci resta.

Sicuramente, noi abbiamo scordato di chiederci chi siamo e da dove veniamo. Le ultime generazioni si sono abituate ad un’idea sbagliata della vita. L’idea che siamo immortali o viviamo talmente a lungo da scordarci del: quanto tempo ci resta.

Un anno fa il nostro paese si è svegliato nell’incubo del virus, scoprendo che questo tempo, che pensava infinito, avrebbe potuto terminare subito. Immediatamente. Per colpa di una banalissima particella invisibile, il nostro tempo su questo pianeta sarebbe diventato infinitesimale. Questa cosa ha spostato gli equilibri psicologici e i comportamenti sociali della popolazione, dividendo l’italico popolo in due fazioni: quelli disposti a perdere parte della propria vita in cambio di tantissimo tempo senza libertà, incontri, viaggi, cultura etc. e l’altra fazione che invece, anche se per poco tempo, vorrebbe continuare a vivere, a toccarsi, viaggiare, parlarsi e guardarsi in viso. C’è un’intera parte d’Italia ormai persa nel delirio del terrore, che non legge, non ascolta, non si interroga. A loro, basta che il tempo a disposizione si allunghi a dismisura, tornando ad essere quell’infinita illusione che li sosteneva prima di questo risveglio, di questa realtà che non piace e non può essere accettata.

Uno studio dell’European Journal of Epidemiology fissa il tasso di letalità della malattia, ossia il rapporto tra il numero dei decessi e il totale delle persone infettate, pari allo 0,01% tra coloro che hanno 25 anni e sale con l'invecchiare del paziente, raggiungendo lo 0,4% all'età di 55 anni e un preoccupante 15% per coloro che ne hanno 85. Come si può spiegare a questo paese che queste percentuali non sono diverse (anzi sono spesso inferiori) da qualunque virus, qualunque malattia o incidente di percorso con i quali abbiamo convissuto per anni e convivremo per il resto dei tempi destinati a questo mondo? A questo paese non interessa quanto ci venga preso in termini di libertà o qualità del tempo che ci resta. Interessa soltanto avere più tempo. Lo stesso tempo che Roy Batty, il replicante di Blade Runner magistralmente interpretato da Rutger Huer, chiede a Deckard (Harrison Ford) e al suo inventore il dott. Heldon Tyrrel.

Il mondo intero si ribella a queste nuove imposizioni, a questa nuova qualità della vita, a questo drastico taglio delle libertà. Tutti i paesi, anche nel fine settimana scorso, sono scesi in piazza con imponenti cortei di protesta che possiamo trovare su YouTube. Tutti meno uno: il nostro paese. Siamo sicuramente figli di un Dio minore.

Noi non abbiamo tempo per protestare. Ci dividiamo in Vax e No Vax. Gli uni contro gli altri, dimenticando etica e libertà. Il vaccino per il Covid-19 è ormai, in modo acclarato, un vaccino influenzale. Né più né meno. Bisognerà rifarlo ogni 6 mesi, forse ogni anno, perché ad ora nessuno ha idea di quanto duri l’immunizzazione. Quindi è la stessa procedura del vaccino influenzale che molti di noi fanno al sorgere della stagione invernale. Tutti gli anni. Eppure per questo vaccino nessuno litiga, si dispera, accusa chi non si vaccina di appestare il resto del mondo e condannarlo all’estinzione. Se avessimo la bontà di leggere i dati ISTAT pubblicati lo scorso 5 marzo ci accorgeremmo di come tutta questa situazione in cui ci hanno segregati abbia del paradossale. https://www.istat.it/it/files//2021/03/Report_ISS_Istat_2020_5_marzo.pdf

Le cose che balzano subito all’occhio, leggendo i dati, è che ci sono stati rispetto a una media degli anni precedenti, circa 100.000 decessi in più. Ma questo dato non riguarda esclusivamente i morti di Covid. Spesso, in questi numeri, il Covid è solo una delle cause o la causa scatenante che, inserita in quadri clinici già compromessi, ha generato la morte del paziente. Soltanto nel 2017, le cause di morte per malattie del sistema respiratorio, polmoniti o complicanze dovute all’influenza, sono state 53.000. Non mi dilungo su dati e tabelle che potrete leggere, commentare, contestare e persino falsare come volete. I dati dovrebbero aiutare a stare meglio, a fare chiarezza, a migliorare le condizioni della nostra vita, a iniziare cambiamenti che porteranno migliorie alle generazioni future. Invece, li usiamo per aizzare gli uni contro gli altri, per ammorbare sempre più l’aria di questo pianeta nel nome di un futuro che ci renderà ancora più tempo, ma tempo controllato, con una qualità scadente, in solitudine e pieno di intelligenza artificiale che penserà, agirà e sceglierà al nostro posto. Ma che ci frega, l’importante è che ci resti sempre più tempo.

Quando ero ragazzino, avevo dei cugini nelle campagne delle Langhe in Piemonte. Ricordo che quando andavo trovarli, io cittadino, passavo del tempo a guardare gli animali che razzolavano annoiati nei dintorni della cascina. Quando era ora di pranzo o cena si sceglieva cosa mangiare e, senza che nessuno avesse qualcosa a ridire, mio cugino usciva sull’aia e acchiappava il primo pollo o coniglio che passava di là, gli tirava il collo e lo serviva per cena. Il rapporto vita/morte l’ho imparato così e ho imparato ad accettarlo. Non so se gli animali che digeriamo ogni giorno sulle nostre tavole si facciano domande sul tempo prima di essere acchiappati e sezionati, ma di certo vorrebbero vivere al meglio quello che hanno. Per istinto, per natura.

Così noi. Dovremmo cercare di vivere il nostro tempo, qualunque sia, nel modo migliore possibile, azzerando le disuguaglianze, cercando di lavorare per lasciare ai nostri figli un mondo migliore, non appestato dai veleni e pieno di rancore tra i popoli. 

Quando incontriamo qualcuno o facciamo una qualsiasi cosa, quel gesto non si ripeterà mai più. Possiamo replicarlo all’infinito, ma non sarà mai più lo stesso. Ora questa cosa, da sola, dovrebbe cambiare in ognuno di noi la percezione della nostra vita, dei nostri gesti, delle parole e, quindi, il modo in cui viviamo. Per scomodare i filosofi, riporto una frase di Eraclito che ho sempre trovato illuminante: Nessun uomo entra mai due volte nello stesso fiume, perché il fiume non è mai lo stesso, ed egli non è lo stesso uomo.

Che cos’è che ci ha cambiati così, sino a pensare solamente a noi stessi, al punto di accettare di chiudersi in casa, non vedere, incontrare, toccare o sorridere a qualcuno accettando questi comportamenti come la vita. Come abbiamo potuto smettere di vivere per paura di morire.

Mio figlio, da piccolino, venne a casa una sera e mi fece la fatidica domanda: Papà… tu che mi dici sempre la verità, Babbo Natale esiste o no? Come spiegare a un bimbo entusiasta, con tutta l’apertura mentale che puoi avere solo a quell’età, che cos’è una favola senza ferirlo in modo permanente… così lo guardai negli occhi e gli risposi: Vedi Francesco, non è importante che Babbo Natale esista o meno. È importante che tu ci creda. È importante che tu abbia dei sogni e che li coltivi, che tu possa avere delle emozioni e che tu le possa condividere con i tuoi amici. Non ricordo quale fu la sua reazione ma, come tutti, anche lui ha imparato col tempo che in questo viaggio, lungo o corto che sia e che chiamiamo vita, non è importante quello che troveremo alla fine ma tutto quello che vediamo, tocchiamo, cerchiamo e proviamo durante il viaggio.

Ecco che cosa ci siamo scordati di essere: ci siamo scordati di essere stati bambini, di sognare, di viaggiare con la mente, di costruire, di inseguire i nostri sogni e di non farci chiudere in gabbie come animali. Ci siamo dimenticati degli altri, di quelli che trovi durante il viaggio e che per diverse ragioni hanno bisogno di una mano, di una parola, di uno sguardo per riprendere il cammino.

Chiudo scomodando un altro filosofo, tale Epicuro, che ci consegna una verità difficile da accettare ma che è incredibilmente reale: La morte non va temuta perchè quando ci siamo noi non c’è lei e quando c’è lei non ci siamo noi.

Guardiamoci, siamo un popolo in pena, terrorizzato, che ha paura dei propri congiunti, dei propri figli e non si interessa del domani, di quello che verrà e che lasceremo e non ricerca più la verità ma si fa vivere da altri la propria vita in cambio solo di un po’ di tempo in più. Non importa quanto sia miserrimo questo tempo, l’importante è averlo. Costruiamo ponti, dipingiamo chiese, esportiamo musica, moda creatività. Scriviamo poemi inventiamo macchine per il futuro. Siamo in fermento da sempre, abbiamo posti incantevoli e una Costituzione invidiata in tutto il mondo. Ma per quanto ci dimeniamo, corriamo o sbuffiamo, restiamo il fanalino di coda di tutti. Siamo sempre gli ultimi e manchiamo clamorosamente negli appuntamenti che contano.

Non c’è niente da fare, resteremo sempre Figli di un Dio minore.

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